
«Quella maledetta cagna mutante farà meglio a stare molto attenta. Siamo stufi di sentirci dire da quegli schifosi aborti di natura quel che dobbiamo fare. Quando avremo finito con lei si pentirà d’essere venuta al mondo!»
Andie troncò la comunicazione. Respirò a fondo due volte, imponendosi di rimanere calma. Ormai avrebbe dovuto essersi abituata, a quelle minacce.
Il cicalino della linea privata di Eleanor Jacobsen si mise a suonare. Doveva avere intercettato la chiamata, pensò Andie. Il monitor si illuminò, mostrando uno scorcio del sancta sanctorum, con la senatrice seduta alla sua scrivania in palissandro. Eleanor Jacobsen, occhi dorati, capelli dorati, volto misterioso, la fissò solennemente dallo schermo.
«Era Craddick?»
«No», rispose Andie, sforzandosi di apparire disinvolta.
«Un’altra telefonata minatoria?» chiese la Jacobsen, voce di contralto impostata su un tono ancor più grave del solito.
Andie annuì.
«Quante, questo mese?»
«Quattordici.»
La senatrice sorrise freddamente. «Immagino che dovrei sentirmi trascurata. All’inizio del mio mandato, quella era la media settimanale. Si vede che gli starà venendo a noia… Ma tu, Andie, non lasciarti turbare, d’accordo?»
«Va bene, farò del mio meglio.» Le guance le si imporporarono. La Jacobsen approvò con un cenno del capo, poi le sue fattezze svanirono dallo schermo. Questa faccenda dei mutanti ha spaventato un sacco di gente, pensò Andie. Ed era proprio per questo che lei aveva scelto di lavorare con Eleanor Jacobsen. Se mutanti e non mutanti non imparavano a collaborare, quella paura dell’ignoto non sarebbe mai cessata.
Arrivò scampanellando il carrello della posta. Ne saltò giù V.J. in uno svolazzo di trecce color carota, e gettò un sacchetto di corrispondenza sulla scrivania di Andie. «Hai saputo di Seth?» le domandò.
