
«Mike, finalmente!» Sua sorella Melanie, capelli neri, infagottata fino agli occhi nella pesante sciarpa termica rosso scarlatto che mamma aveva lavorato ai ferri durante il convegno dell’anno prima, gli si fece incontro incespicando. Riusciva continuamente ad inciampare in qualcosa, lei. «Sono le quattro. Sei in ritardo per l’assemblea. Ti stanno aspettando per iniziare la condivisione.»
«Oh, al diavolo!… Andiamo, andiamo.»
Michael soffocò la propria irritazione. Non era certo colpa di Mel se ogni inverno dovevano tornare a Seaside Heights, adattandosi a soggiornare in quelle gelide, traballanti baracche di legno dalle cui pareti ciondolavano, in strisce brunoverdastre, innumerevoli mani di vernice. Capanne, niente di più. Costruite sessanta o settant’anni prima per accogliere torme di americani giovani e meno giovani in fuga dalle soffocanti strade estive di New York per conquistarsi il discutibile lusso di un posto al sole lungo le spiagge sabbiose del vicino New Jersey. Ma ora le moltitudini se n’erano andate, le spiagge si stendevano deserte. Era dicembre, adesso. La loro stagione.
Si diresse a grandi passi verso l’edificio dell’adunanza, mentre Mel avanzava faticosamente per il sentiero ingombro di vegetazione, cercando di tener dietro alle sue lunghe falcate. Anche a prescindere dalla sabbia e dalle erbacce che le intralciavano il passo, non poteva dirsi affatto la più aggraziata ragazza di sua conoscenza. Decisamente no. A Mike venne in mente Kelly McLeod, il modo in cui si muoveva, quel suo vezzo di gettare la testa all’indietro quando rideva, le chiome corvine come una criniera lucente. Lei sì, che era una creatura aggraziata. Mike non l’aveva mai veduta inciampare.
Povera Mel. Se non fosse stato così furente per essersi dovuto recare al raduno, forse sarebbe anche riuscito a compatirla. Mel era l’unica neutra dell’intero clan. Una disgrazia più che sufficiente, da sola, a rovinarle l’esistenza.
