
L’esplosione, avvenuta nel 1945, delle prime bombe atomiche, portò drammaticamente all’attenzione del mondo intero il concetto di mutazione indotta da radiazioni, e questo, come era da aspettarsi, divenne un tema ossessivamente ricorrente nella fantascienza del dopoguerra: tanto che il direttore della più importante rivista specializzata di allora, il quale inizialmente aveva chiesto ai suoi scrittori di prendere in esame con estrema attenzione le implicazioni scientifiche e sociologiche dell’era atomica, fu costretto a un certo punto a imporre una tregua nella produzione narrativa incentrata sul cataclisma nucleare, che con la sua invadenza cominciava a tagliar fuori ogni altra tematica. Fu comunque proprio in quel periodo che videro la luce alcune delle migliori opere del genere: in particolare le storie del ciclo «Baldy» (1945-1953) di Henry Kuttner, ispirate al concetto della non facile convivenza fra umani normali e mutanti telepatici, e Children of the Atom (1948-1950) di Wilmar Shiras, una toccante vicenda di superintelligenti bambini mutanti. E da allora i mutanti non hanno mai cessato di occupare una posto di primo piano nelle speculazioni dei fantascrittori. Li troviamo ad esempio nel classico A Canticle for Liebowitz di Walter Miller Jr, nell’asimoviano ciclo di «Fondazione», nei romanzi di John Wyndham, in numerose storie di Robert A. Heinlein… per non parlare della loro ininterrotta militanza cinematografica, di solito con vicende dai risvolti terrificanti. Nel mutante la fantascienza incarna una metafora dell’estraneo, del solitario, della creatura superiore messa al bando dal cosiddetto consorzio civile. Il tema della mutazione rappresenta uno dei più efficaci mezzi utilizzati dalla fantascienza per interrogarsi sulla natura delle società umane, sulle relazioni fra esseri umani, sul destino ultimo della nostra specie.
