
Le mutazioni spettacolose sono piuttosto rare. I mutanti straordinariamente diversi dai propri genitori — creature con tre teste, esseri privi di apparato digerente, e così via — tendono a sopravvivere per breve tempo: o perché la mutazione li rende incapaci di esplicare certe irrinunciabili funzioni vitali, o perché vengono rifiutati da chi li ha generati. I mutanti che riescono a trasmettere la propria mutazione ai loro discendenti sono di solito affetti da alterazioni piuttosto lievi: le grandi trasformazioni evolutive risultano da un accumulo di piccoli mutamenti, piuttosto che da un unico sbalorditivo balzo genetico.
Il tema del mutante è sempre stato uno dei prediletti degli scrittori di fantascienza. I pionieristici esperimenti di H.J. Muller, il quale nel 1927 dimostrò che utilizzando radiazioni era possibile indurre mutazioni nelle drosofile, diedero vita quasi immediatamente a una copiosa produzione narrativa incentrata sui mutanti. John Taine (pseudonimo del matematico Eric Temple Bell), uno dei grandi romanzieri fantascientifici delle origini, ci diede nel 1929 The Greatest Adventure, in cui dalle profondità oceaniche cominciano inesplicabilmente a riemergere i corpi di rettili giganteschi: frutto, si scoprirà infine, di antichissimi esperimenti mutageni realizzati da una civiltà fiorita nell’Antartide. Un anno dopo, con The Iron Star, Taine narrò gli sbalorditivi effetti di mutazione regressiva indotti sugli esseri umani da una meteora precipitata nel cuore dell’Africa. Ancora Taine, nel 1931, descrisse con Seeds of Life la vicenda di un uomo che, colpito da radiazioni, acquisisce poteri sovrumani e li trasmette alla generazione successiva.
